SUL SIGNIFICATO DELLE DICIASSETTE SCRITTE LATINE PRESENTI SULLE MURA DEL SANTUARIO
Contemplando l'elegante facciata della nostra Chiesa-Santuario dedicata al glorioso e venerato Precursore di Gesù Salvatore, l'attenzione è particolarmente attratta dalle tre iscrizioni in lingua latina che si stagliano su di essa, il cui esatto significato può apparire di difficile comprensione.
La prima iscrizione è scolpita sopra il portale d'ingresso alla Chiesa, su di una trave in pietra bianca proveniente dalle cave del Mazzucco (le antiche cave situate nel territorio del Comune di Rassa, in Alta Valsesia) sulla quale si legge:
HVMILES NON ELATI REPLEBVNT TEMPLVM
D. XX M. IV 1605
ossia: "Gli umili, non i superbi, affolleranno il Santuario" ;
indi la data: "Giorno 20 del mese d'aprile 1605" (Mercoledì).
Più in alto, per tutta la larghezza della facciata, sotto un cornicione sagomato in sienite corre un cordolo, pure di pietra bianca, recante scolpita la seguente iscrizione:
DIVO QVID POTVIT PRÆSTANTIVS ESSE IOAN[N]E BAPTISTA
QVO QVIS MAIOR IN ORBE SATVS - 1606
che significa: "Chi mai può essere considerato superiore a san Giovanni Battista? Chi mai, generato nel mondo, più grande?" ; indi l'anno " 1606" .
Questa scritta parafrasa i passi evangelici secondo san Matteo (11, 11) e secondo san Luca (7, 28) , che riportano l'elogio dello stesso Gesù al suo Precursore:
"In verità vi dico: fra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di Giovanni il Battista"
Immediatamente sopra il cornicione, al centro della facciata, si apre una graziosa trifora, chiusa da una doppia vetrata; la vetrata esterna è costituita di vetri smerigliati, mentre quella interna (che può quindi essere ammirata agevolmente solo da chi si trova all'interno dell'edificio-chiesa) è stata realizzata accostando vivaci e luminosi vetri colorati che mirabilmente compongono la maestosa figura del venerato Precursore di Cristo e ponendovi, in basso, un cartiglio vetrato a forma di libro aperto recante questa eloquente dicitura:
DEDI TE IN LVCEM GENTIVM
che significa: "Ti ho costituito luce delle genti" (Isaia 49, 6) .
La facciata termina in un frontone sotto al quale corre un ultimo cordolo, ancora in pietra bianca del Mazzucco, sul quale sono incise le seguenti parole:
VOX CLAM[AN]TIS IN DESERTO: PARATE VIAM DOMINI
che, in lingua italiana, significano:
"Voce di colui che grida nel deserto: preparate la strada del Signore!"
(Matteo 3, 3; Marco 1, 3; Luca 3, 4)
I tre evangelisti sinottici, dunque, concordemente vedono realizzato in Giovanni, figlio di Zaccaria e d'Elisabetta, ciò che era stato annunciato e scritto nel Libro degli Oracoli del profeta Isaia.
(I tre evangelisti - Matteo, Marco e Luca - sono chiamati "sinottici" perché, secondo il significato di tale vocabolo derivante dal greco, si possono leggere insieme, con un solo colpo d'occhio. Infatti, tutti e tre seguono lo stesso ordine di narrazione, possiedono sostanzialmente lo stesso materiale e offrono tre racconti paralleli della vita di Gesù. Il santo Vangelo di Gesù Cristo secondo l'apostolo prediletto Giovanni, invece, ha un contenuto ed un ordine proprio; condivide con gli altri testi evangelici meno del dieci per cento della materia ed è stato scritto ultimo in ordine di tempo, verso la fine del primo secolo) .
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Tre bibliche scritte in lingua latina campeggiano, inoltre, lungo il caratteristico corridoio a volta che, dal sagrato, conduce al portone d'uscita dal Santuario, verso la montagna e la panoramica carrozzabile che porta ad Oropa, attraverso la Galleria Rosazza (tunnel a 1.488 metri di quota s.l.m., interamente scavato nella viva roccia tra gli anni 1889 e 1897, avente la lunghezza di 367 metri , l'altezza di volta e la larghezza costante di 4,5 metri , con pavimentazione in ciottoli e doppia guida carraia) . La prima scritta si trova dipinta sopra la porta dell'ingresso laterale alla Chiesa, dirimpetto a quella d'entrata ai locali della Rettoria e contiene il perentorio:
NEQUAQUAM
SED VOCABITUR JOANNES
(tratto da Luca 1, 60)
che significa: "Niente affatto, ma avrà nome Giovanni" :
risposta che diede santa Elisabetta a coloro che volevano fosse imposto a suo figlio, nell'ottavo giorno della sua nascita, il nome del padre: Zaccaria.
Nella seconda pittorica scritta (quella sopra la bella porta intarsiata che dà accesso, dal corridoio, ai locali della Sacrestia) si legge:
QUIS, PUTAS, PUER ISTE ERIT? (Luca 1, 66)
vale a dire: " Che bambino sarà mai questo?" ,
alludendo alle parole di stupore di quanti sentirono sciogliersi la lingua di Zaccaria, dopo che ebbe scritto su una tavoletta: "Il suo nome è Giovanni!" (Luca 1, 63) .
Infine, al termine del lungo corridoio che divide la Chiesa dalla Rettoria (e che segna il confine tra il Comune di Campiglia Cervo ed il Comune di San Paolo Cervo) , sull'arco del portone d'uscita dal Santuario, verso la montagna, sta scritto:
MARIA ABIIT IN MONTANA CUM FESTINATIONE
cioè: "Maria si diresse in fretta verso la montagna ."
per andare a far visita alla sua anziana cugina Elisabetta, come afferma l'Evangelo di Gesù secondo Luca al versetto 39 del capitolo primo.
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Varcato il portone d'uscita, verso la montagna, sulla strada che porta al Santuario d'Oropa, alla base di un granitico cippo piramidale è scolpito il primo versetto del Salmo 120, il "Canto delle salite del pellegrino" , il quale insegna che ogni ascensione spirituale è condizionata da una fede illimitata nella grazia e nella protezione di Dio, il custode del popolo, e nella sua presenza attiva in ogni momento della nostra vita:
LEVAVI
OCULOS MEOS
IN MONTES
UNDE VENIET
AUXILIUM MIHI
che, nella nuova traduzione della Bibbia (2008), assume questo significato:
"Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l'aiuto?"
La risposta (non indicata sul cippo) si trova nel secondo versetto dello stesso Salmo 120 ed è questa:
"Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra"
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A ricordo della ricostruzione e della sopraelevazione della Chiesa-Santuario (terminate nel 1747) si collocò sull'arco della volta, all'inizio del Presbiterio, la seguente iscrizione attestante che i lavori per l'edificazione di questa sacra Casa, dedicata al santo Battista, furono resi possibili con il contributo di tutti, poveri e ricchi, essendo Priore (e Vicario Foraneo a Campiglia Cervo) , nonchè Rettore del Santuario (dal 5 aprile 1734 al 23 marzo 1768) il Molto Reverendo Don Francesco Francesio (nativo di San Germano Vercellese, deceduto all'età di 64 anni e sepolto nella Chiesa Parrocchiale di Campiglia Cervo) :
HANC SACRAM ÆDEM
DIVO JOHANNI BAPTISTÆ
PAVPERES & DIVITES
P[RIOR]E & RECTORE
A.R.D. F[RANCISC]O FRANCESIO
ÆDIFICARVNT
( A.R.D. = A dmodum R everendus D ominus, ossia Molto Reverendo Signore)
Nella parte opposta, sul fondo della Chiesa, in posizione centrale, si trova quest'altra iscrizione, indicante una data: " 1747" , la data del termine dei lavori:
D. O. M.
ANNO NATIVITATIS DOMINI
MDCCXLVII
(Tempio edificato a Dio Ottimo Massimo nell'anno 1747 della Natività del Signore Gesù)
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La scritta latina scolpita sulla lapide di pietra nera cristallina delle cave del Favaro, che si trova attualmente murata sulla parete accanto al vano principale d'accesso alla grotta che ospita il venerato simulacro ligneo raffigurante san Giovanni Battista, ricorda che la Chiesa-Santuario fu consacrata dal Vescovo Giulio Cesare Viancini, primo Vescovo di Biella (1772 - 1796),
"ANTE DIEM OCTAVUM KALENDAS SEXTILES MDCCLXXXI"
cioè nel giorno di mercoledì 25 luglio 1781, festa dell'Apostolo san Giacomo.
Ecco la scritta integrale, scolpita nel 1783 da Giovanni Guglielminotto del Favaro, sulla lapide in questione e la sua traduzione in lingua italiana:
D. O. M.
IN MONIMENTUM CONSECRATIONIS
HUJUS TEMPLI AB ANTISTITE
IULIO CAESARE VIANCINI
VIII KAL[ENDAS] SEXT[ILES] MDCCLXXXI
PERACTAE, ET XXII
A PENTECOSTES DOMINICA
PERPETUO RECOLENDAE, POSIT[UM]
"A Dio Ottimo Massimo. [Lapide] posta a ricordo della consacrazione di questo Tempio, celebrata dal Vescovo Giulio Cesare Viancini il 25 luglio 1781, e della quale dovrà essere effettuata memoria celebrativa in perpetuo nella XXII Domenica dopo Pentecoste".
(Attualmente, per effetto della riforma del Calendario Liturgico, in vigore dall'anno 1979, questa memoria si celebra in una domenica "per annum" stabilita dalla Conferenza Episcopale Piemontese ed indicata ogni anno nel Calendario Liturgico Regionale) .
La memoria lapidea di cui sopra non può essere considerata solo come il ricordo di un segno materiale lontano nel tempo, ma invita tutti i battezzati a riflettere che la vera Chiesa è Chiesa di uomini, "Chiesa di pietre vive", anticipatrice della Gerusalemme celeste, quel promesso soggiorno beato e senza pianto "che solo amore e luce ha per confine" , come un endecasillabo dantesco poeticamente afferma (Dante, Paradiso XXVIII, 54).
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Siamo ora davanti all'Altare di san Zaccaria (il primo a destra) , rifatto nel 1931, sormontato dal mirabile bassorilievo che raffigura il sacerdote Zaccaria nel Tempio mentre sta ricevendo quest'annunzio dall'Angelo ritto alla destra dell'altare dell'incenso: "Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni" (Luca 1, 11-13).
Sopra il bassorilievo appare un cartiglio con cornice barocca e, sotto, subito sopra la mensa, una lapide. Sul cartiglio è impresso:
GABRIEL ANGELVS
APPARVIT ZACHARIÆ
DICENS:
e sulla lapide si legge:
VXOR TVA ELISABETH
PARIET TIBI FILIVM
ET VOCABIS NOMEN EJVS
JOANNEM
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Sull'Altare di san Giuseppe, nella Cappella a Lui dedicata e posta frontalmente a quella di Maria Immacolata, sopra il bianco bassorilevo (realizzato nel 1913) riproducente la ieratica figura del Patrono della Chiesa Universale, si trova un elegante cartiglio recante la seguente invocazione:
FAC NOS INNOCVAM
JOSEPH
DECVRRERE VITAM
che significa: "Fa', o Giuseppe, che la nostra vita trascorra senza mali".
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Due scritte latine sono dipinte nel coro, dietro il sontuoso Altare Maggiore (consacrato il 29 agosto 1906 da Mons. Giuseppe Gamba, Vescovo di Novara ed Amministratore Apostolico di Biella). Sulla prima, sopra il grande quadro raffigurante la Nascita del Battista , collocato sulla parete absidale, si legge:
NON SURREXIT MAIOR (Non venne al mondo chi sia più grande).
La seconda scritta, sotto lo stesso quadro, attesta che: "Fabrizio Galliari, andornese, condecorò la volta del coro nell'anno di grazia 1777. E suo fratello Giovanni Bernardino (il più celebre degli artisti di questa famiglia andornese) dipinse questo quadro a 87 anni d'età, nell'ultimo anno della sua vita (1794)".
FABRICIVS GALLIARI ANDVR[NENSIS] FORNICEM ADYTA
CONDECORAVIT AN[NO] S[ALVTIS] 1777.
JOAN[NES] BERNARDINVS FRATER AET[ATIS] SVAE EXTREMO 87
ICONEM HANC INV[ICEM] PINX[IT] OBTVLIT 1794.
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Concludo con l'auspicio che la traduzione delle scritte latine, riportate in queste pagine, possa favorire alla riflessione dei lettori che
"Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni" ,
cioè colui che ha in sé la grazia, il testimone della luce (Giovanni 1, 6 - 8) che annuncia la presenza della salvezza contro ogni umana debolezza e decadenza,
FVIT HOMO MISSVS A DEO
CVI NOMEN ERAT JOANNES
c ome ricorda la scritta dipinta sopra il portale dell'ingresso principale agli edifici di questo antico Santuario montano dedicato al glorioso Battista.
Diacono Prof. Claudio Pivani
Collaboratore pastorale nel Santuario di San Giovanni Battista
(E-mail: pivani.vallecervo@libero.it) |